Cantori (CNA Ancona): “Non è il modello ad essere in crisi, ma l’intero sistema”

31 luglio 2017

in Comunicati stampa

Il Segretario CNA Area Vasta Ancona commenta le analisi dei professori
Mauro Gallegati e Donato Iacobucci pubblicate dal Corriere Adriatico

Gentile Direttore, le scrivo per rispondere ai due articoli dei professori Gallegati e Iacobucci pubblicati recentemente sul Vostro quotidiano, che hanno avuto il pregio di riaprire un dibattito sulle strade da seguire per reagire a questa crisi che sta colpendo la nostra regione e l’intero paese. Le direttrici individuate dai due autorevoli docenti sono pienamente condivisibili: la necessità di investire in ricerca e sviluppo e il “risveglio” di una classe imprenditoriale che è stata la ricchezza della nostra regione (sia in termini qualitativi che quantitativi, come sottolinea il prof. Iacobucci) sono punti di riflessione che devono essere affrontatati dalla politica e dal mondo produttivo. Gallegati inoltre fa riferimento ad uno degli aspetti più complessi del nostro prossimo futuro: quello della robotica e dell’impatto sul mondo produttivo ed occupazionale.

Queste analisi, però, a mio giudizio, presentano dei limiti di “visione”. I due contributi dei docenti universitari mettono in luce gli aspetti legati al sistema produttivo. Purtroppo, come nel gioco dello Shangai, i problemi del mondo produttivo si intersecano alle problematiche socio – politiche di questo paese: muovere un bastoncino ha effetti su quello sopra e quello sotto. Se è vero, infatti, come sottolinea Gallegati, che il nostro sistema produttivo deve investire e puntare sulla ricerca, è altrettanto vero che ciò richiederebbe imprese meglio patrimonializzate e con capacità finanziarie adeguate. Tutti sanno che le nostre piccole imprese dipendono, per quanto riguarda la parte finanziaria, dal sistema bancario e le notizie di cronaca ci fanno capire e comprendere come questo pezzo del nostro sistema stia in questo momento in una fase di ristrutturazione profonda e pesante. Abbiamo infatti necessità di mezzi per poter investire nella ricerca, nelle risorse umane di alto profilo e nella conoscenza. Lo stato delle cose vede però le imprese imbattersi in problemi già per ottenere credito sufficiente per mantenere il loro livello di liquidità. Alzare l’asticella della richiesta, ci sembra quindi un po’ come chiedere la luna. Il sistema bancario si sta muovendo, assistiamo a ristrutturazioni (banca Marche), a fusioni (BCC locali), a tentativi di riorganizzare il sistema dei confidi.

Sul fronte invece del “patrimonio imprenditoriale” (inteso come capitale umano) qui mi permetto, per nostra esperienza empirica, di ricordare che ora paghiamo alcune scelte del sistema paese, che a mio giudizio sono state errate. Parlando con gli imprenditori del sistema manifatturiero, in particolare quelli della meccanica (punta di eccellenza del nostro sistema), si capisce come la riforma degli istituti tecnici sia stata disastrosa e mortificante. I numeri del ministero dell’Istruzione sono eloquenti: nell’anno scolastico 2016/2017gli studenti degli istituti tecnici erano 821.078; alla fine degli anni ’90 gli studenti iscritti “al tecnico” si attestavano intorno al milione. Dal 2010, anno dell’ultima riforma, in poi, le scuole tecniche, suddivise in due macro-settori (Economico e Tecnologico) e 11 indirizzi, vengono scelte da meno di un giovane su tre (30,5% del totale degli iscritti alle superiori). Gli istituti tecnici sono considerati dagli studenti scelte di ripiego, a vantaggio dei licei, con il risultato che le matricole calano di anno in anno. La qualità, inoltre, di alcuni di questi istituti (non di tutti) preoccupa alquanto gli imprenditori. E’ evidente che in un paese come il nostro, e soprattutto in una regione come la nostra, la qualità e la quantità di studenti che escono dagli istituti tecnici è fondamentale per la tenuta del sistema: sia per le nuove leve che lavoreranno nei nostri impianti produttivi o che decideranno di continuare gli studi (a maggior ragione nella visione di Gallegati, che sottolinea come i robot entreranno pesantemente all’interno dei nostri impianti, per non parlare del fatto che il docente anconetano auspica anche l’introduzione di nuove lauree tecniche in Economia digitale e Progettazione di servizi 4.0), sia dal punto di vista dei nuovi imprenditori che nasceranno (le competenze tecniche della prima generazione, ricorda invece Iacobucci, hanno fatto nascere molti distretti come quello di Castelfidardo – Osimo – Loreto o del fabrianese).

Potrei continuare con questo elenco, molto lungo e complesso, in questa sede mi sento solo di citare un terzo fattore critico che sta mettendo in difficoltà il nostro sistema: la corruzione. E’ preoccupante il livello che questa piaga sta raggiungendo, in tutte le sue forme, piccole e grandi. Molti dei nostri imprenditori si lamentano della burocrazia, ma tanta burocrazia dipende dal livello di corruzione del nostro paese: basti pensare al nuovo codice degli appalti, che sta divenendo un macigno in termini burocratici, causato però dalla corruzione che infetta le opere pubbliche. La corruzione poi incide sul mercato: ci sono concorrenti che truccano le regole del gioco e che sono avvantaggiati in partenza (vincono la gara comprandola con la mazzetta).

Ricerca, imprenditori che siano adeguati alle nuove sfide del mercato, etc. sono si elementi fondamentali per la ripresa economica, ma quaggiù, dal territorio, ci sembrano obbiettivi ancora molto distanti e ci viene in mente la spiegazione del Re al Piccolo Principe su che cosa è ragionevole esigere:

— Se ordinassi a un generale di svolazzare da un fiore all’altro come una farfalla, o di comporre una tragedia, o di trasformarsi in un uccello marino, e se il generale non riuscisse a eseguire l’ordine ricevuto, chi, tra lui e me, sarebbe in torto?

— Sareste voi in torto — disse senza esitazione il piccolo principe.

— Esatto. Si deve esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare, — replicò il Re — l’autorità si basa per prima cosa sulla ragione. Se ordini al tuo popolo di gettarsi nel mare, farà la rivoluzione. Io ho il diritto di esigere l’obbedienza perché i miei ordini sono ragionevoli.

In conclusione non è il modello (se si vuole parlare di modello) ad essere in crisi, ma l’intero sistema che necessita di essere rivisto. La via di uscita, quindi, è lunga e faticosa e passa esclusivamente per un nuovo patto sociale che sostituisca il precedente. Un patto che includa parti datoriali e sociali, politica, scuola e università, banche. La difficoltà nello stringere questo nuovo patto sta nel fatto che, ad oggi, tutti questi soggetti sono venuti sul tavolo chiedendo qualcosa agli altri, ma non avendo deciso ancora loro stessi cosa mettere sul tavolo.

Il segretario della CNA area vasta di Ancona
Andrea Cantori

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